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Lo studio di Piero Cipriano sulla pratica psichiatrica odierna Il libro di Piero Cipriano nasce da una domanda essenziale: che cosa resta della salute mentale quando viene ridotta a diagnosi, pillole e protocolli, senza spazio per il lavoro interiore e la dimensione sociale della sofferenza? In La salute mentale è politica (Fuori Scena, 2024), lo psichiatra romano affronta uno dei nodi più delicati del nostro tempo: la riduzione del disagio psichico a questione tecnica, biologica, individuale. Una riduzione che finisce per oscurare il contesto sociale, economico e politico in cui quel disagio nasce e si sviluppa. Sin dalle prime pagine, Cipriano mette in discussione la convinzione che la chiusura dei manicomi coincida con una rivoluzione compiuta. Scrive: «Aveva ragione Basaglia: il vero manicomio, su cui dovremo agire, si chiama medicina, si chiama ospedale. […] Il manicomio non è un edificio: è una logica. Vive nei protocolli standardizzati, nei manuali diagnostici aggiornati come software, nel lessico che rimuove la biografia in nome della compliance terapeutica».
Questa affermazione risuona con un’urgenza che va oltre la psichiatria. Significa che la salute mentale è politica anche perché implica scelte collettive: decidere di ridurre i servizi, di investire in farmaci invece che in comunità, di trattare la sofferenza come un problema da gestire e non come una storia da ascoltare, sono atti politici prima ancora che clinici. Ed è qui che emerge una delle contraddizioni più drammatiche del nostro tempo: l’urgenza dei ritmi del lavoro sanitario — visite brevi, protocolli standardizzati, mancanza di ascolto — rispecchia l’accelerazione più ampia di una società che non ha tempo. Questo “non avere tempo” spalanca una voragine, perché priva la cura della sua dimensione più autentica: l’incontro umano, l’elaborazione interiore, la possibilità di dare senso alla sofferenza. Frenare questa deriva non è solo compito delle istituzioni, ma un atto culturale e politico di cui dovremmo farci portavoci tutti, guardando allo specialista non come a qualcuno al quale consegnarsi, quanto piuttosto come a colui che, attraverso il suo sapere, apre possibilità nuove dentro ognuno. Il libro invita a guardare la salute mentale nei luoghi reali in cui la vita accade: a casa, nelle scuole, nei posti di lavoro. Per Cipriano, la comunità non è un contorno, ma la condizione della cura. In questo senso, il disagio non può essere interpretato solo come malfunzionamento individuale: spesso nasce da precarietà, isolamento, perdita di senso, che sono prodotti di un tempo storico e di precise scelte sociali. Ma accanto a queste condizioni esterne, Cipriano apre la possibilità di leggere il disagio anche come chiamata interiore: un invito a rielaborare ciò che manca, a dare un nome al dolore, a trasformarlo in racconto e coscienza. La riflessione di Cipriano si intreccia con un’urgenza che sentiamo vicina: la necessità di un linguaggio emotivo capace di restituire spessore alle esperienze interiori. Nel mondo anglosassone si parla di Emotional Literacy, Alfabetizzazione Emotiva: la capacità di dare nome ai propri stati interni e riconoscere quelli altrui. Ridurre tutto a diagnosi — “ansia”, “depressione”, “narcisismo”, “paranoia” — significa spegnere questa possibilità, trasformando emozioni complesse in etichette che semplificano e immobilizzano. È attraverso il lavoro interiore che questa alfabetizzazione si compie: un processo che rende le emozioni strumenti di comprensione, anziché ostacoli da zittire. In questo senso il pensiero di Cipriano dialoga anche con quello di Luigi Cancrini, che nei suoi testi ha più volte mostrato come la cura della sofferenza psichica non possa mai prescindere dalla storia biografica e dal contesto sociale in cui nasce. L’alfabetizzazione emotiva diventa così non solo un atto individuale, ma un percorso che intreccia memoria, relazioni e politica della cura. In questo senso, La salute mentale è politica è un libro scomodo ma necessario. Non è un manuale tecnico, non è un memoir nostalgico, e nemmeno un pamphlet ideologico: è un invito a pensare la salute mentale come specchio delle contraddizioni sociali. E, insieme, come percorso personale di liberazione interiore, capace di restituire parola e senso a chi soffre. Perché, in fondo, la domanda che resta sospesa è una sola: come possiamo alfabetizzarci emotivamente in un tempo che preferisce ridurre le emozioni a sintomi? Cipriano ci ricorda che non basta chiudere i manicomi se poi si aprono nuove gabbie invisibili. L’urgenza dei tempi della sanità, che riflettono il non-avere-tempo della società, rischia di spalancare una voragine fatta di vuoti di ascolto e di senso: la cura perde profondità quando non ha più il tempo dell’incontro. Come scrive Luigi Cancrini in La luna e i falò della follia: «La follia non è un difetto da correggere, ma una storia da ascoltare». È proprio in questo ascolto — che richiede tempo, interiorità e comunità — che la salute mentale trova il suo senso. E la vera cura, oggi, è intrecciare trasformazione sociale e lavoro interiore, restituendo tempo, parola e possibilità di rinascita a chi soffre. Testo a cura della Dott.ssa Anna Pancallo
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