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Tempo, identità e cambiamento Ci sono qualità che ci aiutano a vivere. La capacità di essere responsabili. Di non arrendersi facilmente. Di cavarsela da soli. Di comprendere gli altri. Di mantenere la calma. Di continuare anche quando le condizioni non sono favorevoli. Molte di queste qualità non nascono per caso. Si formano lentamente, come risposta a ciò che la vita ci chiede in una determinata fase. Un bambino che impara a non disturbare. Un adolescente che scopre che è meglio contare su sé stesso. Un adulto che attraversa anni difficili imparando a reggere più di quanto avrebbe immaginato. Queste modalità non sono errori. Sono risorse. In molti casi sono state indispensabili. Il problema non nasce quando una risposta si forma. Nasce quando smettiamo di riconoscerla come risposta. Quando ciò che abbiamo imparato a fare diventa ciò che crediamo di essere. Non diciamo più: “Ho imparato a fare così.” Ma: “Io sono così.” È un passaggio sottile. Eppure modifica profondamente il nostro rapporto con il cambiamento. Perché una risposta può essere aggiornata. Un’identità sembra dover essere difesa. Le persone arrivano spesso con una buona consapevolezza di alcune proprie modalità. Sanno di non chiedere aiuto. Sanno di controllare troppo. Sanno di continuare a reagire sempre nello stesso modo. Eppure questa consapevolezza raramente è sufficiente a produrre cambiamento. Molte volte la persona continua a cercare all’esterno la ragione che dovrebbe finalmente permetterle di cambiare. Aspetta la situazione giusta. La relazione giusta. La sicurezza sufficiente. O una spiegazione ancora più convincente. Nel frattempo, però, quella modalità continua a organizzare la vita quotidiana e a confermare sé stessa. Molto spesso non si tratta di caratteristiche innate. Si tratta di adattamenti riusciti. Strategie che hanno funzionato così bene da diventare invisibili. Ciò che un tempo proteggeva continua a organizzare il presente. Anche quando il contesto è cambiato. Anche quando la vita richiederebbe qualcosa di diverso. È qui che la continuità rischia di trasformarsi in rigidità. Non perché manchi la capacità di cambiare. Ma perché una modalità che appartiene a una stagione precedente della vita continua a governare quella attuale. Molte persone chiamano tutto questo esperienza. Ma non sempre è esperienza. Talvolta è sedimentazione. L’esperienza amplia il repertorio. La sedimentazione lo restringe. È accumulo. È una strategia diventata identità. È una risposta diventata carattere. È un adattamento diventato destino. “L’uomo non si sente in buona salute semplicemente perché è adattato al proprio ambiente, ma perché è capace di seguire nuove norme di vita.” — Georges Canguilhem, Il normale e il patologico Non siamo sani per il semplice fatto di esserci adattati. Lo siamo quando conserviamo la capacità di modificare le nostre risposte, di aggiornare le norme che guidano il nostro modo di vivere e di non restare fedeli a soluzioni che appartengono a una fase precedente della nostra storia. Molte sofferenze non nascono da una mancanza di risorse. Nascono dall’utilizzo di risorse che appartengono a una fase precedente della vita. L’esperienza amplia il repertorio. Ci rende più capaci di leggere il presente. Ma esistono anche apprendimenti che, pur avendo avuto una funzione importante, finiscono col tempo per irrigidirsi. Quando questo accade, situazioni diverse finiscono lentamente per assomigliarsi. Nuove circostanze vengono lette attraverso mappe costruite altrove. E ciò che un tempo era una risposta alla vita diventa progressivamente il modo abituale di guardarla. Non si tratta di un’immobilità evidente. La persona continua a vivere, lavorare, scegliere. Ma all’interno di un repertorio che si modifica sempre meno. Per questo motivo il lavoro terapeutico non consiste semplicemente nel trovare le cause. Molte persone conoscono già la propria storia. Conoscono le proprie ferite. Conoscono le ragioni che le hanno portate a diventare ciò che sono. Eppure continuano a sentirsi bloccate. La terapia non può fornire un motivo sufficiente per cambiare. Può però rendere visibile qualcosa che spesso resta implicito. Può aiutare a riconoscere quando una modalità che ci ha permesso di vivere continua a organizzare il presente anche se il mondo attorno a noi è cambiato. Può restituire storia a ciò che oggi chiamiamo carattere. Può mostrare che alcune delle qualità che difendiamo con maggiore convinzione sono nate per proteggerci. E che forse non hanno più bisogno di svolgere quel compito nello stesso modo. La domanda clinica allora cambia. Non è più: “Perché sono fatto così?” Diventa: “Da quanto tempo sono fatto così?” E soprattutto: “In quale momento della mia vita questa modalità è diventata necessaria?” Questa domanda introduce una nuova possibilità. Perché ciò che ha avuto un inizio può anche trasformarsi. Non significa rinnegare ciò che siamo stati. Non significa abbandonare le risorse che ci hanno permesso di attraversare momenti difficili. Significa riconoscere che le qualità che ci hanno aiutato a vivere una fase della vita non sempre sono le stesse che permettono di attraversare quella successiva. Quando questo passaggio non avviene, il rischio è che anche il lavoro su di sé diventi una forma di continuità che non si aggiorna. Forse uno degli equivoci più diffusi della cultura terapeutica contemporanea consiste nel confondere il processo con il risultato. Comprendere sé stessi è importante. Conoscere la propria storia è importante. Riconoscere i propri adattamenti è importante. Ma il lavoro interiore non è il traguardo. È uno strumento. La sua funzione non è trattenerci indefinitamente nell’analisi del passato. È restituire energia alla vita. Come ha osservato Joel Paris, il rischio di una cultura terapeutica eccessivamente centrata sull’introspezione è quello di trasformare il lavoro su di sé in un fine anziché in un mezzo. La terapia diventa realmente trasformativa quando restituisce energia alla partecipazione, ai legami, ai progetti e alla costruzione della vita. A un certo punto la domanda non è più soltanto: “Perché sono diventato così?” Diventa: “La mia energia è ancora investita nel comprendere il passato o sta tornando a costruire il futuro?” Forse questo è uno dei segnali più importanti del cambiamento. Non una maggiore capacità di spiegarsi. Ma una maggiore disponibilità a investire. Nei legami. Nei progetti. Nelle possibilità. Nella costruzione di qualcosa che prima non sembrava accessibile. Perché il lavoro interiore è fecondo quando restituisce energia alla vita. Diventa un fardello quando assorbe energia che non riesce più a trasformarsi in futuro. Non sempre ciò che ci ha permesso di sopravvivere è ciò che ci permette di partecipare pienamente alla vita. Riconoscere che una modalità è diventata insufficiente non significa sapere immediatamente quale sarà quella successiva. Significa però riaprire la possibilità che una risposta nuova possa emergere. Per questo una soglia non è il luogo in cui smettiamo di essere noi stessi. È il luogo in cui una modalità di funzionamento smette di essere sufficiente. Forse la domanda non è se stiamo cambiando abbastanza. La domanda è se le forme attraverso cui abbiamo imparato a vivere continuano a sostenerci oppure se, silenziosamente, stanno chiedendo di essere aggiornate. Perché la continuità non coincide con la ripetizione. Ciò che ci permette di restare vivi nel tempo non è conservare sempre le stesse forme, ma mantenere continuità mentre impariamo a trasformarle. Testo a cura della Dott.ssa Anna Pancallo Studio Pancallo | Psicologia del Corpo e della Presenza
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