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Corpo, cura e tempo Abitare il vivente oltre la prestazione La crisi del nostro tempo non riguarda soltanto il pensiero o le strutture sociali, ma tocca in profondità il modo in cui abitiamo il corpo e il tempo. Il corpo è diventato spesso un oggetto da gestire, correggere o ottimizzare, mentre il tempo si è ridotto a una sequenza di unità misurabili, scandite dall’efficienza e dalla prestazione. In questo scenario, la cura rischia di trasformarsi in un insieme di pratiche tecniche svuotate di senso. Eppure, il corpo continua a parlare. Lo fa attraverso segnali sottili, sintomi, stanchezze, tensioni, rallentamenti. È un linguaggio che non chiede di essere dominato, ma ascoltato. Il corpo come soglia Il corpo non è semplicemente un supporto biologico dell’esperienza psichica, ma una vera e propria soglia tra mondo interno e mondo esterno. È nel corpo che il tempo si fa esperienza vissuta: accelerazione, attesa, sospensione, saturazione. Quando il corpo viene ignorato o trattato come un oggetto da aggiustare, esso tende a farsi sentire in modo più insistente. Il sintomo, in questa prospettiva, non è un nemico da eliminare, ma un messaggero che segnala una frattura tra il modo in cui viviamo e il modo in cui potremmo abitare la nostra esistenza. La cura oltre il controllo Nel pensiero filosofico, la cura non coincide con il controllo né con la semplice riparazione. Martin Heidegger utilizzava il termine Sorge per indicare una modalità fondamentale dell’essere-nel-mondo: prendersi cura significa abitare le proprie possibilità senza possederne in anticipo gli esiti. Nella contemporaneità, invece, la cura viene spesso vissuta come un dovere o come un vincolo: qualcosa che “bisogna fare” per non peggiorare, per non perdere colpi, per rimanere funzionali. Questo slittamento produce una distanza crescente dall’esperienza viva del corpo, che non risponde ai comandi ma ai significati. Fare cura, in senso profondo, implica accettare una quota di incertezza e di non controllo. Significa ascoltare ciò che emerge, piuttosto che forzare un adattamento. Il tempo qualitativo Uno degli aspetti più trascurati nel lavoro di cura è la dimensione del tempo. Non il tempo dell’orologio, ma il tempo vissuto. Il tempo della guarigione, della trasformazione, dell’assimilazione non coincide mai con il tempo della produttività. Luigina Mortari parla di un tempo che permette di “divenire pienamente ciò che si può essere”, un tempo che non serve solo a sopravvivere, ma a dare forma a una presenza nel mondo. Questo tempo non è lineare né accumulativo: è fatto di ritorni, pause, riprese, soste necessarie. Quando il tempo viene ridotto a prestazione, il corpo si irrigidisce. Quando il tempo viene restituito alla sua qualità, il corpo ritrova margini di movimento e di senso. Quando il corpo chiede senso Cura come traduzione simbolica Ascoltare il corpo non significa fermarsi al dato sensoriale. Ogni segnale corporeo chiede di essere tradotto all’interno di un quadro simbolico più ampio. La fatica, ad esempio, non parla solo di mancanza di energia, ma spesso di un eccesso di adattamento; il dolore può indicare un limite superato; l’ansia un tempo che corre troppo avanti rispetto alla possibilità reale di sostenerlo. La cura diventa allora un lavoro di traduzione: dal corpo alla parola, dall’esperienza al significato, dal sintomo al senso. Questo processo non è immediato né standardizzabile, perché riguarda la singolarità di ogni storia. Educare alla cura In molte esperienze educative e di accompagnamento, ciò che manca non sono le informazioni, ma le condizioni perché l’esperienza possa depositarsi. Spesso si chiede alle persone di comprendere, migliorare, cambiare, senza che sia stato loro offerto uno spazio reale in cui poter rallentare e sentire. In questa prospettiva, la cura non può essere separata dal processo educativo. Educare non significa trasmettere contenuti o protocolli, ma creare un ambiente che favorisca lo sviluppo del soggetto. Un ambiente in cui l’errore non sia colpevolizzato, ma riconosciuto come parte integrante del percorso. La possibilità di abitare il proprio spazio vitale dipende anche dal modo in cui impariamo a stare nel tempo: un tempo che non incalza, ma accompagna; che non giudica, ma sostiene. Corpo, relazione e microfratture quotidiane Molti dei disagi contemporanei non derivano da eventi traumatici evidenti, ma da una costellazione di microfratture quotidiane: comunicazioni rapide e impersonali, relazioni intermittenti, assenze non nominate, riapparizioni improvvise. Tutto questo incide sul corpo, che registra le discontinuità anche quando la mente le normalizza. Il corpo, più della coscienza, conserva memoria delle incoerenze relazionali. La cura, in questo senso, passa anche dal riconoscimento di queste microviolazioni del tempo e della presenza. Conclusione: abitare il tempo vivo Recuperare una relazione più autentica con il corpo significa anche recuperare un diverso modo di stare nel tempo. Un tempo vivo, non interamente prevedibile, in cui la trasformazione non è forzata ma accompagnata. La cura non è un gesto isolato, ma una postura esistenziale. È il modo in cui scegliamo di abitare il nostro corpo, di ascoltare i suoi segnali e di concederci il tempo necessario perché il senso possa emergere. In un mondo che accelera, prendersi cura diventa un atto profondamente trasformativo. Se il simbolo permette di dare senso all’esperienza e il corpo ne custodisce la verità, è nella relazione che questo senso viene messo alla prova, trasformato e, talvolta, reso abitabile. Testo a cura della Dott.ssa Anna Pancallo
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