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Quando funzionare non basta più Non ci ammaliamo solo per ciò che accade, ma per ciò che siamo costretti a sostenere da soli. Ci sono momenti in cui una persona continua a funzionare senza riuscire più a sentirsi realmente sostenuta dall’esperienza che vive. All’esterno nulla sembra cambiare: le responsabilità vengono portate avanti, le relazioni proseguono, gli impegni vengono rispettati. Eppure qualcosa si modifica lentamente nella qualità della presenza. La fatica aumenta. Il recupero diventa più difficile. La vitalità si assottiglia. Non si tratta di un crollo. Piuttosto di un progressivo consumo silenzioso. È spesso in questa zona poco visibile che la clinica incontra una domanda nuova; che non riguarda la capacità di resistere, ma la possibilità di vivere senza dover sostenere tutto da soli. Introduzione Nella clinica contemporanea si osserva con crescente frequenza la presenza di persone caratterizzate da una notevole capacità di tenuta emotiva e relazionale. Sono soggetti competenti, affidabili, spesso profondamente responsabili, capaci di sostenere nel tempo richieste affettive, professionali e sociali anche in condizioni di stress prolungato. Paradossalmente, è proprio all’interno di questi profili che emergono forme di sofferenza a bassa visibilità clinica: affaticamento persistente, disturbi del sonno, sintomatologia funzionale, riduzione della vitalità e senso di continuità esistenziale più fragile. Queste persone non crollano. Continuano a funzionare. E proprio per questo spesso non comprendono immediatamente cosa stia accadendo. La clinica ci invita allora a distinguere tra resilienza e salute. La resilienza riguarda la capacità di resistere allo stress mantenendo la funzionalità. La salute, invece, riguarda la possibilità di durare nel tempo senza consumare progressivamente le proprie risorse vitali. Non tutto ciò che consente di reggere garantisce integrazione, vitalità e continuità del Sé. A volte ciò che permette di resistere nel breve periodo diventa proprio ciò che consuma lentamente la vita nel lungo tempo. In questi casi siamo di fronte a condizioni che possono essere descritte come forme di regolazione senza relazione: il sistema psico-corporeo continua a funzionare attraverso strategie individuali di adattamento, ma in assenza di un campo relazionale sufficientemente regolativo. Nella clinica contemporanea incontriamo sempre più frequentemente condizioni di questo tipo: sistemi che funzionano, che si adattano, che reggono nel tempo, ma che lo fanno in assenza di un sostegno relazionale sufficientemente integrato. In questi casi la regolazione non si interrompe, ma si isola. E quando la regolazione si isola, la vitalità non crolla — si riduce progressivamente, fino a rendere l’esperienza meno abitabile. È all’interno di questo spazio clinico che emerge la necessità di introdurre un diverso principio di comprensione del funzionamento umano: il concetto di Grazia. Grazia e salute relazionale Il concetto di Grazia nasce dall’osservazione clinica dei processi regolativi che si instaurano nei legami significativi e dialoga naturalmente con i modelli della Lifestyle Medicine, ampliandone la prospettiva attraverso l’inclusione della dimensione relazionale, corporea e simbolica dell’esperienza. In una logica regolativa, la salute non deriva dall’assenza di stimoli, ma dalla possibilità che essi siano modulabili e integrabili. Non è l’intensità della sollecitazione a produrre disequilibrio, ma l’impossibilità per il sistema di trasformarla in un’esperienza dotata di senso. La Grazia non coincide con la passività né con la riduzione delle richieste della vita. Rappresenta piuttosto una qualità del campo relazionale che consente al soggetto di rispondere allo stimolo senza ricorrere a strategie di ipercontrollo o adattamento forzato. Dal punto di vista clinico: la Grazia è uno stato regolativo emergente del campo relazionale in cui il sistema psico-corporeo può modulare l’attivazione senza ricorrere a strategie difensive di ipercontrollo o adattamento forzato, consentendo l’integrazione del limite e la continuità vitale del Sé nel legame. Grazia e self-regulation Le neuroscienze relazionali hanno progressivamente mostrato come la regolazione emotiva non sia un processo esclusivamente intrapsichico, ma emerga originariamente all’interno delle relazioni attraverso dinamiche di co-regolazione, dalle quali si sviluppa la capacità di self-regulation del soggetto (Schore, 2012; Porges, 2011). La self-regulation non coincide quindi con il controllo volontario delle emozioni, ma con la possibilità del sistema psico-corporeo di modulare spontaneamente i propri stati di attivazione mantenendo flessibilità e continuità esperienziale. Quando il sistema relazionale offre condizioni sufficienti di sicurezza, il sistema nervoso può oscillare entro una finestra di tolleranza sufficientemente ampia, permettendo l’integrazione dell’esperienza senza ricorrere a strategie difensive rigide (Siegel, 1999). Il corpo mantiene allora plasticità, l’esperienza resta accessibile e il limite non viene vissuto come minaccia ma come parte integrabile dell’esistenza. Una simile condizione è stata descritta, in ambito fenomenologico, come un accordo implicito tra organismo e ambiente, nel quale l’azione emerge senza forzatura compensatoria (Merleau-Ponty, 1945). La Grazia può essere compresa come una forma di self-regulation incarnata e relazionale, nella quale la regolazione non è sostenuta esclusivamente dallo sforzo individuale ma dalla qualità del campo interpersonale. Chiusura — Parte I Molte delle sofferenze contemporanee non derivano dall’incapacità di adattarsi, ma dall’eccesso di adattamento. Quando la regolazione diventa un compito esclusivamente individuale, il funzionamento può restare efficiente mentre la vitalità si riduce lentamente. Forse il problema non è imparare a resistere di più, ma comprendere cosa accade quando la regolazione resta senza relazione. È in questa frattura che la vitalità si riduce, ed è da qui che la clinica è chiamata a intervenire. Quando la regolazione resta senza relazione, la vita continua, ma smette di circolare. Di questo parleremo nella seconda parte: di come la Grazia possa perdersi, e di come possa riemergere all’interno della relazione terapeutica. I riferimenti bibliografici citati nel testo sono riportati integralmente al termine della seconda parte dell’articolo. Testo a cura della Dott.ssa Anna Pancallo Studio Pancallo | Psicologia del Corpo e della Presenza
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