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La regolazione del legame e la durata della salute “La sofferenza non nasce solo dall’intensità della vita, ma dall’assenza di relazioni capaci di regolarne il peso.” — Anna Pancallo La Grazia come principio regolativo del legame Nella prima parte abbiamo introdotto la Grazia come condizione regolativa capace di sostenere la continuità vitale del Sé oltre la semplice capacità di resistere. In ambito psicoterapeutico, la Grazia non rappresenta un’esperienza eccezionale né un esito ideale del percorso. Può essere descritta, più precisamente, come un principio regolativo del legame. La letteratura sull’attaccamento e sulla regolazione affettiva mostra come il senso di sicurezza relazionale consenta una riduzione dell’attivazione difensiva e favorisca processi integrativi del Sé (Schore, 2012; Winnicott, 1965). Quando la Grazia è assente, la relazione tende a organizzarsi attorno a forme implicite di valore condizionato: essere adeguati, non deludere, non gravare sull’altro, mantenere coerenza e funzionalità anche a costo della vitalità personale. In questi assetti, il legame può restare solido e funzionante, sostenuto da forme di collaborazione e reciprocità che consentono al sistema di reggere anche condizioni di stress prolungato. È ciò che possiamo riconoscere come una forma di resilienza relazionale: la capacità di continuare a funzionare insieme, sostenendosi reciprocamente. Tuttavia, sul piano dell’esperienza, questa modalità lascia una traccia riconoscibile: la presenza resta attiva e, al termine dello scambio, permane spesso un residuo di fatica. La presenza della Grazia introduce invece una variazione sottile ma decisiva. Diventa possibile restare nella relazione senza dover sostenere attivamente la propria presenza. Il corpo può appoggiarsi, il tono si modula, il respiro si amplia. La differenza non riguarda ciò che accade nella relazione, ma il modo in cui il sistema è chiamato a sostenerla. La Grazia non elimina il limite: ne consente l’integrazione. La perdita di Grazia: quando la self-regulation diventa sforzo La perdita di Grazia avviene spesso in modo progressivo e adattivo. Il soggetto assume su di sé l’intero lavoro regolativo: anticipa, controlla, sostiene e mantiene equilibrio per sé e per gli altri. La self-regulation, anziché emergere spontaneamente dal campo relazionale, diventa un processo volontario e faticoso. Il funzionamento resta efficace, ma la vitalità viene progressivamente sostituita dalla tenuta. In questi assetti il soggetto mantiene coerenza funzionale, ma al prezzo di un incremento del carico regolativo individuale, fenomeno descritto come passaggio da regolazione condivisa a autoregolazione compensatoria (Cozolino, 2014). Non si tratta di un fallimento adattivo, ma del suo eccesso. La Grazia nella relazione terapeutica Nel setting clinico la Grazia non è prodotta da una tecnica specifica. Emerge quando il campo terapeutico diventa sufficientemente sicuro da permettere una regolazione implicita condivisa. Numerosi studi sul processo terapeutico mostrano come il cambiamento avvenga prevalentemente attraverso processi impliciti di sintonizzazione interpersonale — ritmo, prosodia, pause e micro-regolazioni corporee — che contribuiscono alla regolazione reciproca del sistema relazionale (Stern, 2004; Beebe & Lachmann, 2002). In tale condizione, la self-regulation del paziente non è più sostenuta dallo sforzo di controllo, ma riemerge come funzione spontanea dell’organismo. Il cambiamento avviene per decompressione più che per acquisizione. Non perché il problema venga risolto, ma perché il sistema non è più costretto a sostenerlo da solo. In questo senso, il passaggio verso la Grazia implica spesso una trasformazione controintuitiva. Non è la fiducia a permettere la rottura dello schema, ma è nella rottura dello schema che la fiducia può finalmente emergere. In questo senso, il lavoro relazionale può essere compreso anche come un campo di apprendimento esperienziale. Non nel senso di acquisire tecniche o strategie, ma come possibilità di incontrare, all’interno della relazione, le proprie modalità abituali e di sperimentare micro-variazioni nel modo di sostenerle. Questo implica una trasformazione dello sguardo. Spesso si tende a pensare che la qualità delle relazioni dipenda dal trovare le persone “giuste”, capaci di non attivare conflitti o difficoltà. Ma in molti casi ciò che mantiene la fatica non è tanto la presenza di relazioni inadeguate, quanto la ripetizione di un modello relazionale che continua a organizzare lo scambio nello stesso modo. Non è trovare le relazioni giuste, ma trasformare, nel tempo, il proprio modo di stare nella relazione, anche quando questo ci mette in difficoltà. In questa prospettiva, la relazione non è il luogo in cui evitare la difficoltà, ma lo spazio in cui è possibile apprendere, nel tempo, una diversa qualità del contatto. Questo processo richiede una sospensione dell’urgenza di risultato. Non perché il cambiamento non sia importante, ma perché, quando è ricercato in modo immediato, tende a riattivare le stesse modalità di controllo che impediscono la trasformazione. Talvolta questo passaggio è osservabile in modo estremamente concreto. In una coppia che ha sviluppato nel tempo una buona capacità di funzionare insieme, il dialogo può restare corretto, rispettoso, regolato. Ciascuno cerca di comprendere l’altro, di non eccedere, di mantenere equilibrio. Eppure, al termine dello scambio, entrambi riferiscono una sottile stanchezza, come se la relazione richiedesse un lavoro costante di gestione. In seduta, può accadere che uno dei due interrompa questo assetto e dica semplicemente: “Non ho voglia di essere comprensivo adesso”. In molti casi, l’altro interviene immediatamente per ristabilire equilibrio: spiega, si giustifica, si adatta. È qui che la relazione torna nello sforzo. Quando invece è possibile restare senza correggere, senza anticipare e senza compensare, la regolazione non si interrompe, ma cambia forma. Se l’altro riesce a non intervenire immediatamente per ristabilire equilibrio, ma resta presente senza aggiustare, si produce una variazione del campo: la tensione non viene amplificata, ma neppure compensata. La relazione continua a esistere senza richiedere uno sforzo aggiuntivo. In questi momenti il sistema non smette di regolarsi, ma smette di farlo attraverso il controllo. Una dinamica analoga può emergere anche in contesti ad alta performance. Gruppi di lavoro molto coesi possono sviluppare una forte resilienza relazionale: quando uno cala, gli altri sostengono; quando la pressione aumenta, il sistema si compatta. Questa modalità consente risultati elevati e continuità operativa, ma spesso si accompagna a un’attivazione costante e a una fatica che tende a essere normalizzata. Il passaggio verso la Grazia non richiede necessariamente un cambiamento delle condizioni esterne, ma una trasformazione della qualità regolativa del campo. Può emergere quando diventa possibile riconoscere che non ogni momento richiede lo stesso livello di attivazione e che il sistema può modulare la propria risposta senza entrare automaticamente in iper-funzionamento. L’esperienza soggettiva cambia in modo discreto ma evidente: le stesse azioni vengono svolte con un minor costo energetico, e la presenza non necessita più di essere continuamente sostenuta. Grazia, durata e prevenzione Integrare la Grazia come principio clinico significa riconoscere il valore preventivo della qualità regolativa del legame. Soggetti altamente resilienti possono sostenere carichi elevati per lungo tempo, ma in assenza di contesti relazionali regolativi il funzionamento tende al logoramento progressivo. La salute non coincide soltanto con la capacità di resistere, ma con la possibilità di essere sostenuti da relazioni che permettano al sistema psico-corporeo di autoregolarsi senza consumo continuo di energia. La differenza si riconosce soprattutto nel “dopo”: quando la regolazione è sostenuta dallo sforzo, l’esperienza lascia un residuo; quando emerge all’interno di un campo sufficientemente regolativo, la vitalità si mantiene o si ripristina spontaneamente. Quando questa condizione viene meno, il sistema può continuare a funzionare a lungo, ma al prezzo di una progressiva riallocazione delle proprie risorse verso la difesa e il mantenimento dell’equilibrio, con un lento impoverimento della vitalità. In questa prospettiva, il concetto di Grazia dialoga in modo naturale con i modelli contemporanei della Lifestyle Medicine, che riconoscono nella qualità delle relazioni sociali uno dei principali determinanti di salute. La Grazia può essere allora compresa come la qualità regolativa di tale campo: una condizione nella quale il sistema nervoso non è costretto a sostenere da solo il lavoro della regolazione, ma può riappoggiarsi alla presenza dell’altro. Forse la vera prevenzione inizia quando non siamo più costretti a reggere da soli ciò che può essere condiviso. Epilogo La dimensione della Grazia non riguarda soltanto l’equilibrio psicologico o la regolazione affettiva. Riguarda anche una qualità più profonda dell’esperienza umana: la fiducia nella possibilità che la vita possa essere sostenuta insieme. La scrittrice e saggista franco-austriaca Christiane Singer (1943–2007) ha espresso con straordinaria intensità questa dimensione della fiducia quando scrive: “Bisogna riprendere fiducia, un’appassionata fiducia nel nostro destino. Siamo tutti inibiti, irrigiditi… Non osiamo più credere che la passione vissuta nella dimensione del nostro destino possa avere un’importanza smisurata sull’universo intero. A partire dal momento in cui ci immergiamo nella dimensione della passione, possiamo spostare le montagne. E qualcosa dentro di noi lo sa.” Forse la differenza non è tra chi regge e chi non regge, ma tra chi è costretto a reggere e chi può essere sostenuto. In termini clinici, potremmo dire che la Grazia non elimina il peso dell’esistenza, ma permette che esso non debba più essere sostenuto da soli. Come riconoscere la Grazia nella propria esperienza La Grazia non si presenta come un’emozione intensa né come uno stato particolare da raggiungere. È una variazione più sottile, che riguarda il modo in cui l’esperienza viene sostenuta nel corpo e nella relazione. Può essere riconosciuta attraverso alcuni segnali:
Non si tratta di momenti privi di difficoltà, ma di condizioni in cui la difficoltà non richiede uno sforzo aggiuntivo per essere attraversata. In questa prospettiva, la capacità di riconoscere la Grazia nella propria esperienza rappresenta una forma di autopercezione incarnata che orienta la qualità della vita e sostiene nel tempo i processi di salute. Non come tecnica o controllo, ma come possibilità di accorgersi quando il sistema sta sostenendo da solo ciò che potrebbe essere condiviso. Testo a cura della Dott.ssa Anna Pancallo Studio Pancallo | Psicologia del Corpo e della Presenza
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