|
Dal “demone della nostalgia” alla pratica terapeutica: quando il passato diventa strumento di lettura del presente Nel suo Il demone della nostalgia. L’invenzione della Grecia da Nietzsche a Arendt (Einaudi, 2025), Mauro Bonazzi ricostruisce un capitolo decisivo della storia europea: come, tra Otto e Novecento, la cultura — soprattutto tedesca — abbia “inventato” la propria Grecia. Non la Grecia reale, frammentata e plurale, ma un’immagine idealizzata, levigata e funzionale a bisogni politici, filosofici e identitari. Come ricorda Luciano Canfora sul Corriere della Sera (Quando inventammo la Grecia, 14 giugno 2025), Bonazzi affronta «un capitolo centrale della storia europea» offrendo «un’analisi approfondita delle varie “Grecie” inventate dalla cultura tedesca tra Otto e Novecento». È un percorso segnato da reazioni politiche — come l’antifrancesismo romantico post-napoleonico —, appropriazioni ideologiche (fino alle forzature del George-Kreis o del nazismo) e letture filosofiche consapevolmente deformanti. Da Humboldt, che vedeva nei Greci “quello che per loro erano gli dèi”, fino a Nietzsche con la sua tensione fra apollineo e dionisiaco, la “Grecità” è stata modellata come un ideale assoluto, spesso al servizio di un presente inquieto. Bonazzi non indulge però in un’operazione antiquaria: il suo è «un corpo a corpo con celebri e meno celebri esperimenti», scrive Canfora, capace di mostrare come anche appropriazioni invasive possano «giovare a far emergere aspetti non visti di autori centrali (più di tutti Platone)» o stimolare nuove letture, persino quando provocano critica e rigetto. «Non c’è niente di meno pacifico del passato — osserva Bonazzi — ed è il modo in cui lo immaginiamo a dare forma al nostro futuro». Ed è qui che il parallelismo con la psicoterapia si fa evidente. La nostalgia per un sé “perfetto” o per un’“età dell’oro” personale funziona come quell’ideale greco costruito a tavolino: può offrire un orientamento, ma rischia di trasformarsi in un giudice implacabile del presente. In terapia, il lavoro non è negare la nostalgia, ma ridimensionarla: farne memoria viva, capace di dialogare con ciò che siamo ora. Il mito di Medusa diventa in questo senso un’immagine chiave. Perseo non la guarda direttamente, ma attraverso lo scudo, evitando di restarne pietrificato. Così, in terapia, il cambiamento passa spesso da un riposizionamento dello sguardo: osservare le parti più oscure di sé con una mediazione che le renda affrontabili e trasformabili. Come Bonazzi mostra per Arendt e altri pensatori, il dialogo con il passato non serve a restaurare un ideale, ma a interrogarlo e superarlo. Allo stesso modo, il percorso clinico non è un ritorno a un sé “originario”: è una rielaborazione continua della propria storia, del corpo e delle emozioni, per abitare il presente con autenticità. «Solo chi impara a sentire diversamente, può scegliere diversamente»: una lezione valida tanto nella filosofia quanto nella pratica terapeutica. Il “demone della nostalgia” ci ricorda che ogni età dell’oro è una costruzione ideologica. Il compito è rinunciare alla fissità dell’ideale per ritrovare la presenza, la sensibilità e la capacità di trasformazione.
0 Commenti
Il tuo commento verrà pubblicato subito dopo essere stato approvato.
Lascia una Risposta. |
|
|
NOTE LEGALI e CONDIZIONI DI UTILIZZO
I termini e le condizioni di utilizzo del sito web si applicano nel momento di accesso e/o utilizzo di questo sito web. Per saperne di più leggi la pagina note legali e condizioni di utilizzo del sito. |
PRIVACY e RETARGETING
Questo sito web usa Google Analytics per l'analisi delle visite e del traffico, inoltre utilizza il pixel di tracciamento di Facebook per fare retargeting. Per saperne di più leggi la PRIVACY POLICY. |

Feed RSS