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Disconnessione, responsabilità e mente umana 27 gennaio – Giornata della Memoria Anna Pancallo – Studio Pancallo | Psicologia del Corpo e della Presenza Il 27 gennaio è tradizionalmente dedicato alla memoria. Ma la memoria, da sola, non basta. Se ridotta a rito o a ricorrenza, rischia di diventare una forma di distanza: qualcosa che appartiene al passato e che, proprio per questo, non ci riguarda più. Eppure, ciò che emerge dallo studio della mente nazista e dai processi di Norimberga non riguarda solo la storia. Riguarda il funzionamento della mente umana quando il pensiero si separa dalla responsabilità, e l’azione dall’etica. La mente che ha reso possibile l’orrore non era una mente folle, ma una mente disconnessa: capace di funzionare, ma non di sentire il peso etico delle proprie azioni. Disconnessione e obbedienza La disconnessione che emerge dalla mente nazista non coincide con l’assenza di empatia o con una particolare crudeltà individuale. È piuttosto una separazione progressiva tra funzioni psichiche: il pensiero continua a operare, il ruolo viene svolto con efficienza, ma la responsabilità morale viene delegata, spostata, neutralizzata. Nei processi di Norimberga questa dinamica appare con chiarezza. Molti imputati non negano i fatti, ma negano il legame tra quei fatti e la propria responsabilità. Eseguivo ordini, rispettavo la legge, svolgevo il mio compito: formule che non indicano follia, ma una mente che ha rinunciato a tenere insieme azione ed etica. La legalità diventa uno schermo. L’obbedienza una protezione psichica. La disconnessione consente di agire senza sentire, di partecipare senza riconoscersi, di funzionare senza interrogarsi. La disconnessione non nasce nel vuoto Come mostra Laurence Rees ne “La mente nazista”, la disconnessione non nasce improvvisamente né per caso. Essa si sviluppa all’interno di un contesto storico e psicologico segnato da frustrazione collettiva, umiliazione e perdita di riferimenti identitari. La Germania del primo dopoguerra è attraversata da una ferita profonda: la sconfitta militare, le riparazioni economiche, il crollo dell’orgoglio nazionale. In questo clima, le teorie cospirazionistiche non agiscono solo come propaganda, ma come dispositivi psicologici potenti. Quando la sofferenza non può essere elaborata, viene spostata. Quando la perdita non può essere tollerata, cresce l’avversione alla perdita, portando a reagire con maggiore aggressività a ciò che si teme di perdere. In questo contesto prende forma la figura dell’eroe salvifico, capace di incarnare ordine, riscatto e appartenenza, sollevando l’individuo dal peso del pensiero critico. Norimberga e il fallimento dell’ipotesi della follia Il lavoro dello psichiatra americano Douglas M. Kelley sui principali imputati di Norimberga, ricostruito da Jack El-Hai, rappresenta un punto di svolta fondamentale. Kelley non riscontrò psicosi né gravi patologie mentali. Anche figure centrali come Göring rientravano nei limiti della normalità psichica, pur mostrando tratti narcisistici e manipolativi. Questa constatazione incrinò il mito rassicurante del male come follia. Kelley giunse a una conclusione inquietante: molti esseri umani, in determinate condizioni, avrebbero potuto comportarsi allo stesso modo. Funzionare senza sentire Ciò che colpì maggiormente Kelley non fu l’assenza di emozioni, ma la loro compartimentazione. I prigionieri non erano privi di affetti, ma li tenevano rigidamente separati dalle decisioni operative. El-Hai descrive questa condizione come una disconnessione funzionale: alcune aree dell’esperienza restano attive, mentre quelle legate all’empatia e alla responsabilità morale vengono disattivate. Il ruolo solleva dal giudizio. La gerarchia assorbe la colpa. Non si tratta di mancanza di intelligenza, ma di una scissione tra pensiero operativo ed esperienza etica. Perché questa memoria ci riguarda ancora Mettere a fuoco questi processi non significa attribuire una colpa storica a un popolo. Il valore della Giornata della Memoria sta nel riconoscere la complessità del funzionamento umano in condizioni estreme. La disconnessione è una possibilità sempre presente quando il ruolo sostituisce il giudizio, l’obbedienza diventa virtù e il pensiero critico è vissuto come minaccia. La memoria serve a riconoscere i segnali precoci della disconnessione e a mantenere vivo il legame tra azione e responsabilità. Per concludere Riflettere sulla mente nazista e su Norimberga non significa imporre un modello morale unico, ma interrogarsi su come la mente umana può funzionare quando si separa dal sentire etico. La vera domanda che la Giornata della Memoria ci consegna non è chi siamo, ma come funzioniamo quando smettiamo di sentire il peso umano delle nostre scelte. Riferimenti essenziali:
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