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In una società che misura tutto in termini di immagine e performance, la cura autentica di sé trova senso solo se rompe questa logica: non rincorsa al risultato, ma cammino lento di trasformazione interiore. Vivere nell’epoca del narcisismo Oggi la nostra cultura esalta costantemente l’immagine, l’autoaffermazione, la performance. Il narcisismo non è più soltanto un tratto clinico: è diventato una condizione collettiva, un modo di vivere il tempo, le relazioni e la percezione di sé. Le conseguenze sono tangibili: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, 2023) una persona su otto nel mondo vive con un disturbo mentale, soprattutto ansia e depressione (World Mental Health Report). In Italia, l’ISTAT (2024) registra che il 20% della popolazione dichiara sintomi depressivi o ansiosi e che l’uso regolare di psicofarmaci riguarda ormai il 6% dei cittadini, con un aumento significativo tra i giovani adulti (Rapporto Benessere ISTAT). Le relazioni affettive – o la loro assenza – giocano un ruolo cruciale: persone mai sposate o separate mostrano un rischio di depressione fino al 99% in più rispetto a chi vive stabilmente in coppia, mentre la convivenza riduce sensibilmente il rischio di disagio psicologico (Moving in with someone cuts chances of being depressed). In generale, la qualità delle relazioni rappresenta uno dei principali fattori protettivi per la salute mentale, riducendo stress e vulnerabilità alla depressione (Social relationships and depression: ten-year follow-up study). In questo scenario, la psicoterapia incontra pazienti apparentemente motivati, puntuali, presenti. Eppure, spesso, l’incontro terapeutico viene vissuto come un diritto da esercitare, non come una relazione da coltivare. Non si tratta di minore sensibilità, ma di un contesto culturale che ha indebolito il senso dell’incontro: ciò che conta è ottenere un beneficio, un sollievo, un risultato. La psicoterapia profonda, però, non è una gara. È un cammino fatto di tappe intermedie, soste, ripetizioni che educano all’ascolto, alla responsabilità e al tempo della trasformazione. La relazione terapeutica: un allenamento percettivo C’è qualcosa nella relazione terapeutica che resta anche dopo la fine formale del percorso. Jung lo intuì con forza: “Bisogna sempre ricordare che, una volta instaurata, la figura del terapeuta rimane per sempre nella mente del paziente.” L’alleanza terapeutica non è solo uno strumento per ottenere un risultato: è una guida silenziosa, un allenamento alla percezione. Nel dialogo con il terapeuta la mente impara a cogliere dettagli che da sola sorvolerebbe: sfumature emotive, segnali corporei, pensieri nascosti. La trasformazione non consiste nel correggere o aggiustare, ma nel vedere e sentire con occhi nuovi. Lo scambio come nutrimento La relazione terapeutica non va intesa come dipendenza dall’altro, ma come scambio vitale che nutre. La risonanza emotiva, il linguaggio corporeo, la presenza condivisa creano un terreno che alimenta la crescita, senza sostituire o colonizzare l’individualità del paziente. Spesso, però, le persone guardano alla relazione come a uno specchio che rimanda sempre un’immagine positiva. La cura efficace, invece, non è conferma narcisistica, ma rafforzamento nella verità su se stessi: riconoscere talenti e limiti, ombre e risorse. Solo così il rapporto con la realtà diventa più autentico e condivisibile, aprendo la possibilità di scambi umani meno idealizzati e più profondi. Qui si innesta il tema del mito della libertà: una libertà intesa come autonomia assoluta, senza vincoli, che spesso si rivela l’altra faccia di una difficoltà al confronto. L’incontro con l’altro, infatti, comporta sempre la presa di coscienza di limiti da riconoscere e accettare. Il paradosso è che soltanto dentro questi limiti, e non nell’illusione di superarli, nasce una libertà più matura e condivisibile: quella che permette di costruire legami autentici e di abitare la realtà senza negarla. «La libertà senza misura non può essere. μηδὲν ἄγαν (mēdén ágan), “nulla di troppo”: così ammonivano i Greci a Delfi. La libertà assoluta è illusione e pericolo: senza misura, l’uomo scivola nella hybris. Il limite non è una catena ma una condizione di armonia.» — (Simone Weil, La rivelazione greca) Fidarsi del processo, non inseguire il risultato La psicoterapia, se vuole essere trasformativa, deve insegnare a fidarsi del processo più che a rincorrere l’effetto. Non c’è guarigione autentica senza fiducia: nel terapeuta, nella relazione, ma soprattutto in quella dimensione profonda che custodisce la possibilità del cambiamento, anche se non ne siamo consapevoli. Oggi si moltiplicano tecniche e approcci, ma la terapia non può ridursi a un protocollo. Offrire strumenti senza affrontare il narcisismo rischia di alimentarlo: perfino la ricerca di “interventi mirati” può diventare una forma raffinata di evitamento. Si parla di sé… senza incontrarsi davvero. Una medicina dello stile di vita, non dello specchio In questo contesto la Lifestyle Medicine offre delle chiavi di lettura importanti: la comprensione che la malattia inizia prima del suo manifestarsi, e che la non frequentazione del limite psicologico espone anche il corpo a deficit maggiori. In genere, frequentare il corpo vuol dire prendere coscienza di una fragilità insita in ognuno che può divenire un elemento essenziale ai fini trasformativi. Prendersi cura di sé è un atto radicale, non estetico. Un impegno quotidiano che ricompone un sé frammentato e, col tempo, gli restituisce una direzione interna. Coltivare l’umano, non il perfetto La psicoterapia oggi deve riportare al centro l’umano, con le sue discontinuità, i suoi tempi, la sua profondità. Non può diventare una prestazione da consumare, ma un’esperienza da integrare: un apprendimento esistenziale. In un’epoca narcisistica, il vero coraggio non è apparire forti, ma attraversare le fragilità con continuità e responsabilità. Il lavoro terapeutico autentico — lento, fatto di micro-apprendimenti duraturi — insegna a guardarsi in modo nuovo, accogliendo il processo più che inseguendo il traguardo. L’età, il limite, il desiderio Col tempo, si può scoprire un senso di inadeguatezza anche dopo molti successi. Quando il corpo tradisce, quando non risponde più, non si può più “tendere a” — si può solo dare valore alla presenza, al coraggio, alla fiducia che alimentano il desiderio di esistere. Che tenerezza gli anziani come canne al vento: piegati ma non spezzati, con uno sguardo che non chiede approvazione ma ascolto. E che ammirazione per i Super Agers: persone che restano vitali perché vivono nello scambio, mantenendo orizzonti quotidiani che danno senso al tempo. Questo non è solo benessere: è desiderio che parla e muove ancora. Come scrive Massimo Recalcati in Elogio dell’inconscio: “L’inconscio è il luogo in cui il desiderio del soggetto si manifesta nella sua irriducibile singolarità, ritagliando costantemente uno spazio creativo, eccentrico, anomalo che nessuna pianificazione educativa può addomesticare.” Educare a questa singolarità, custodirla e lasciarla trasformare nel tempo: questo è il compito più alto della psicoterapia. E, forse, anche dell’esistenza stessa. Testo a cura della Dott.ssa Anna Pancallo Bibliografia essenziale
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