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Il cervello sociale, il linguaggio del corpo e gli ostacoli moderni alla connessione Introduzione: il bisogno di connessione oltre la fisiologia
Nella prima parte abbiamo visto come le relazioni modulino la salute attraverso processi biologici misurabili: citochine, HRV, asse HPA, infiammazione, ossitocina. Ma la salute non è soltanto la somma delle reazioni biochimiche: nasce anche da come percepiamo la presenza dell’altro, da come interpretiamo i suoi segnali, da quanto riusciamo a sentirci parte di un legame.
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Dal “demone della nostalgia” alla pratica terapeutica: quando il passato diventa strumento di lettura del presente Nel suo Il demone della nostalgia. L’invenzione della Grecia da Nietzsche a Arendt (Einaudi, 2025), Mauro Bonazzi ricostruisce un capitolo decisivo della storia europea: come, tra Otto e Novecento, la cultura — soprattutto tedesca — abbia “inventato” la propria Grecia. Non la Grecia reale, frammentata e plurale, ma un’immagine idealizzata, levigata e funzionale a bisogni politici, filosofici e identitari.
Viviamo immersi in una rete globale dove la connessione è continua, istantanea, apparentemente illimitata. I social media sono diventati parte integrante della nostra quotidianità: li usiamo per comunicare, informarci, raccontarci. Tuttavia, al di là della funzione comunicativa e della creatività che spesso veicolano, stanno emergendo effetti meno visibili ma profondi, soprattutto sul piano della salute mentale. Tra questi, l’impatto sull’autostima è oggi uno dei più discussi e rilevanti. Per comprendere a fondo questo fenomeno, possiamo osservare due dimensioni sempre più intrecciate: da un lato la solitudine sociale, dall’altro il bisogno di scambio. Entrambe trovano nei social media un terreno ambiguo, fertile tanto per la costruzione quanto per l’erosione del sé.
Negli ultimi anni, il lavoro ibrido è diventato una realtà per molte persone. Una realtà che, pur offrendo nuove libertà, ci ha messi di fronte a sfide inedite: la dilatazione dei tempi lavorativi, la contaminazione degli spazi e la perdita di confini tra ciò che è pubblico e ciò che è privato.
Il cambiamento climatico espone le nuove generazioni a un confronto con forme di instabilità più marcate rispetto a quelle vissute dalle generazioni precedenti. L’impatto, spesso improvviso e violento, di brusche accelerazioni climatiche su una psiche giovane crea forme di scompenso interiore che trovano espressione nel timore del futuro. Una paura che si insinua piano, prendendo corpo nell’ansia e nell’angoscia.
Ogni 27 gennaio, la Giornata della Memoria ci invita a riflettere sull’Olocausto, un genocidio che ha segnato profondamente il XX secolo e la coscienza dell’umanità. Questa ricorrenza, tuttavia, non deve limitarsi a un semplice esercizio di ricordo: deve spingerci a comprendere le dinamiche umane, sociali e psicologiche che hanno reso possibili tragedie come questa e che, con volti e modalità diverse, si ripresentano anche nel presente. Il saggio di Helm Stierlin su Hitler (Carocci, 2003) rappresenta un’analisi illuminante. Divenuto un classico, questo studio non solo ricostruisce gli eventi storici, ma esplora la personalità di Adolf Hitler e la sua capacità di trascinare milioni di persone in una spirale distruttiva. Come osserva lo psichiatra Luigi Cancrini, esistono disturbi di personalità che possono risultare vincenti in determinate circostanze, soprattutto in individui con tratti antisociali e masochistici.
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