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Estranei. Storia di un matrimonio – Belle Burden (Rizzoli) C’è un momento in cui una storia smette di appartenere solo a noi.
All’inizio la viviamo come un’esperienza personale. Poi, quasi impercettibilmente, comincia a mostrare una forma che la precede. Non si impone, non fa rumore. Si rivela nel tempo, nel ritorno delle stesse dinamiche, nella sensazione che certe scelte siano già inscritte dentro una continuità più ampia.
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La regolazione del legame e la durata della salute “La sofferenza non nasce solo dall’intensità della vita, ma dall’assenza di relazioni capaci di regolarne il peso.” — Anna Pancallo La Grazia come principio regolativo del legame
Nella prima parte abbiamo introdotto la Grazia come condizione regolativa capace di sostenere la continuità vitale del Sé oltre la semplice capacità di resistere. In ambito psicoterapeutico, la Grazia non rappresenta un’esperienza eccezionale né un esito ideale del percorso. Può essere descritta, più precisamente, come un principio regolativo del legame. Quando funzionare non basta più Non ci ammaliamo solo per ciò che accade, ma per ciò che siamo costretti a sostenere da soli. Ci sono momenti in cui una persona continua a funzionare senza riuscire più a sentirsi realmente sostenuta dall’esperienza che vive.
All’esterno nulla sembra cambiare: le responsabilità vengono portate avanti, le relazioni proseguono, gli impegni vengono rispettati. Eppure qualcosa si modifica lentamente nella qualità della presenza. La fatica aumenta. Il recupero diventa più difficile. La vitalità si assottiglia. Non si tratta di un crollo. Piuttosto di un progressivo consumo silenzioso. È spesso in questa zona poco visibile che la clinica incontra una domanda nuova; che non riguarda la capacità di resistere, ma la possibilità di vivere senza dover sostenere tutto da soli. Relazione, linguaggio e microfratture del presente Siamo sempre più connessi, ma sempre meno in relazione. Nella terza parte della trilogia “Dal simbolo alla relazione” esploro come il linguaggio contemporaneo stia modificando silenziosamente la qualità dei legami e il modo in cui il corpo registra ciò che non viene nominato. Quando il senso si consuma nell’abitudine
La qualità delle relazioni contemporanee è sempre più segnata da una contraddizione silenziosa: siamo costantemente in contatto, ma raramente in relazione. Il linguaggio si è fatto rapido, essenziale, funzionale, mentre il tempo relazionale si è assottigliato fino quasi a scomparire. In questo scenario, il senso non viene negato apertamente: viene consumato per abitudine. La relazione raramente si spezza in modo netto. Si logora piuttosto attraverso microfratture quotidiane, gesti mancati, parole non dette, presenze intermittenti che il corpo registra prima ancora che la coscienza possa nominarle. Corpo, cura e tempo Abitare il vivente oltre la prestazione
La crisi del nostro tempo non riguarda soltanto il pensiero o le strutture sociali, ma tocca in profondità il modo in cui abitiamo il corpo e il tempo. Il corpo è diventato spesso un oggetto da gestire, correggere o ottimizzare, mentre il tempo si è ridotto a una sequenza di unità misurabili, scandite dall’efficienza e dalla prestazione. In questo scenario, la cura rischia di trasformarsi in un insieme di pratiche tecniche svuotate di senso. Eppure, il corpo continua a parlare. Lo fa attraverso segnali sottili, sintomi, stanchezze, tensioni, rallentamenti. È un linguaggio che non chiede di essere dominato, ma ascoltato. Disconnessione, responsabilità e mente umana 27 gennaio – Giornata della Memoria
Anna Pancallo – Studio Pancallo | Psicologia del Corpo e della Presenza Il 27 gennaio è tradizionalmente dedicato alla memoria. Ma la memoria, da sola, non basta. Se ridotta a rito o a ricorrenza, rischia di diventare una forma di distanza: qualcosa che appartiene al passato e che, proprio per questo, non ci riguarda più. |
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